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Foto di Yaroslav Shuraev da Pexels
Quando mi svegliai sdraiata sul lettino di ricostruzione sentii tendersi la pelle della schiena, nella zona lombare, e non appena mi mossi avvertii il fastidioso graffio della pellicola sterile contro le mie cicatrici. Non avevo bisogno di toccarmi o guardarmi allo specchio per capire che se ne erano aggiunte altre a quelle già esistenti. Tutti sapevano che il processo di smaterializzazione per trasformare il proprio fisico e la propria mente in un pacchetto di dati, e il successivo processo di ricostruzione per ritornare nel mondo fisico, per i pochi che si erano mai dati la pena di farlo, comportava sempre una percentuale di rischio di errore, e io ormai ero la persona vivente che aveva eseguito il processo di inserimento ed estrazione dai server più volte di chiunque altro.
Nessuna sorpresa che la mia pelle fosse diventata un quadro astratto, riarsa e crepata come la terra secca, percorsa da grumi biancastri che si susseguivano come onde.
Mi infilai la tuta cercando di non guardare, e ignorando il dolore che mi rivelava che gli errori di trascrizione non si fermavano alla superficie. Non potevo fare altrimenti. Io ero l'ultimo Guardiano dell'Universo.
Lo avevano chiamato così, Universum, quando i server erano stati per la prima volta accesi e presentati al mondo. La soluzione definitiva alla morte, un mondo ricostruito dove i più sfortunati, i bambini nati con una malattia rara, coloro il cui corpo era stato gravemente ferito da un incidente, e i ricchi anziani che non gradivano molto lasciarsi questo mondo e tutto quel che avevano accumulato alle spalle, potevano avere una seconda occasione a tempo indefinito. Come era stato un tempo promesso per la fallimentare criogenia, il contratto stabiliva che i cittadini di Universum avrebbero potuto optare per la ricostruzione una volta che la cura per la loro malattia fosse stata trovata, ma non era mai successo. In parte, perché nascondendo il problema sotto al tappeto chiamato Universum gli incentivi per la ricerca scientifica in campo medico erano drasticamente calati, e in parte perché chi si era costruito una vita in quel mondo virtuale in cui tutto era bloccato nel tempo non nutriva più il desiderio di avventurarsi in una realtà che nel frattempo era andata avanti, ed era completamente cambiata.
Ignoravano quanto fragile fosse la loro esistenza lì.
Il progetto era sopravvissuto alle controversie etiche, alle leggi sulla proprietà intellettuale che ormai vietavano di fare copie del contenuto di un cervello su supporto fisico, alla crisi energetica e a una tempesta solare che aveva spento mezzo emisfero una cinquantina di anni prima. Universum aveva superato tutto questo indenne solo perché era stato trasferito, pochi mesi dopo il suo avvio, in un bunker sotterraneo in una località segreta, ed era stato dotato di Guardiani che se ne prendessero cura.
Io e i miei compagni avevamo instancabilmente riparato ogni circuito danneggiato, mantenuto i generatori in funzione e sistemato ogni bug e ogni errore di programmazione che si fosse eventualmente presentato, lavorando da fuori o da dentro il sistema. Entrare periodicamente in Universum era stato inevitabile, anche per prolungare la nostra esistenza, soprattutto quando avevamo capito che il bunker era stato isolato e non avremmo più ricevuto alcun aiuto o sostituto dall'esterno.
Milioni di vite caricate in Universum dipendevano unicamente da noi.
Ma gli errori di trascrizione erano un problema inevitabile, e a ogni ingresso e ritorno il rischio che finissero per essere letali per noi Guardiani aumentava.
Avevo seppellito alcuni dei miei compagni; altri, al sentire l'approssimarsi di quel limite oltre il quale non osavano spingersi, erano semplicemente fuggiti. Si erano confusi tra i milioni di cittadini di Universum, certi di trovare l'anonimato nel numero e nella loro conoscenza di programmatori.
Illusi. Io avrei potuto rintracciarli facilmente, ma non lo avevo mai fatto. Non me la sentivo di costringerli a un passo che poteva risultare fatale.
A volte, sapere fin dove era possibile spingersi era un segno di intelligenza, non di codardia. Perciò li avevo lasciati alla vita che avevano scelto, mentre io perseguivo il mio dovere di Guardiano anche per loro.
Mi scaldai uno dei pasti precotti e mi misi davanti ai monitor a controllare gli avvisi e a seguire le stringhe di codice che scorrevano. Settori che si surriscaldavano, cali di energia, conflitti di sistema ricevevano il giusto codice di priorità nella mia routine di manutenzione. Alla fine del pranzo, avevo lavoro per una settimana prima di rientrare in Universum e trascorrervi, salvo imprevisti, un'altra ventina d'anni. Mi occupai prima dei danni più seri, perciò inizialmente ignorai gli allarmi dei sensori di movimento all'esterno della cupola del bunker. Poteva trattarsi di un banale smottamento, in effetti i tunnel esterni erano un po' instabili dopo tutti i decenni passati dall'ultima manutenzione, o di un malfunzionamento del sensore. Impossibile che qualcuno si avventurasse fin quaggiù.
In superficie probabilmente nemmeno si ricordavano più della nostra esistenza.
Procedetti di buona lena con la mia routine, e fu solo quando ebbi terminato di sistemare le faccende più urgenti, quelle che avrebbero causato lo spegnimento e il reset di Universum - terribile a dirsi, con tutte le vite di cui ero responsabile - o la corruzione dei dati in settori chiave, che mi presi la briga di valutare il problema del sensore esterno. Nel frattempo, gli allarmi sui pannelli di controllo relativi a quella zona si erano estesi, e molti altri sensori di movimento avevano segnalato l'impossibile presenza di qualcuno.
Valutai le possibilità. Un animale che avesse trovato la via per entrare da un condotto di aereazione? Un problema nella linea elettrica che aveva disconnesso via via i sensori, facendo così partire gli allarmi di default? O un altro Guardiano che aveva infine deciso di svegliarsi, e mi aveva preceduta nell'opera di manutenzione?
No, per quanto ci sperassi, quest'ultima ipotesi non era plausibile. L'altro Guardiano mi avrebbe lasciato un messaggio, o avrei comunque trovato traccia delle sue attività nella cronologia di sistema.
Per precauzione presi una pistola prima di avventurarmi a vedere di persona sul posto.
Non appena raggiunsi la sala dei server dove gli ultimi sensori si erano accesi, mi scappò un gemito di bocca e capii che avevo fatto bene a portare un'arma. Intento a scollegare un hard disk dopo l'altro, lo sconosciuto mi dava le spalle, e sussultò al suono del mio mugolio.
Evidentemente, nemmeno lui si aspettava di avere compagnia.
Mi umettai le labbra. Era da tanto, tantissimo tempo che non parlavo nel mondo fisico.
– Smettila immediatamente e girati.
L'uomo proseguì ancora a staccare cavetti, sbirciando indietro quel tanto che bastava a valutarmi come minaccia. Si accorse subito di avere una pistola puntata contro, perciò alzò le mani con un sospiro e si girò.
– Un Guardiano ancora in vita. Questa è una novità. Non ne abbiamo trovati, negli altri bunker dove hanno sistemato questa porcheria.
Accennò con disprezzo ai server alle sue spalle. La mia espressione confusa lo fece ridere.
– Altri bunker, già. Non lo sapevi? Qualcuno ci teneva dannatamente ad avere copie di backup di sé stesso, in caso qualcosa fosse andato storto. Come se una sola di queste robe non succhiasse già abbastanza energia.
Non ero al corrente di questo dettaglio, sempre ammesso che lo sconosciuto avesse detto la verità. Cercai di non darlo a vedere, mentre lo spronavo, nel tenerlo sotto tiro: – Allontanati dai server.
– Gli altri Guardiani sono tutti morti, come immagino sia capitato qui, se sei venuta ad affrontarmi da sola – disse ancora lo sconosciuto, facendo due passi in avanti. Il suo tono saccente non mi piaceva. – Abbiamo visto che cosa fa ai loro corpi andare e venire dalla cosiddetta "realtà" virtuale. La stessa cosa che sta capitando a te, da quel che vedo.
L'uomo sorrise delle mie cicatrici. Una fitta al fianco mi provocò una smorfia, ma mi sforzai di tenerlo sotto tiro.
– Peccato che non abbiano previsto un modo di tenere in stasi i corpi, mentre la mente è ridotta a una serie di impulsi elettrici in un pc. Ma se non venissero distrutti e ricostruiti ogni volta, tu saresti già morta, vero?
Altri due passi in avanti portarono lo sconosciuto più vicino a me che ai server.
– Fermati – gli intimai.
Lo sconosciuto sogghignò.
– Perché ti ostini a proteggere una macchina? Chi ti pagava ormai è morto da tempo. La stessa società che ha costruito tutto questo non esiste più.
– Milioni di vite dipendono da me.
Compresi i miei amici, pensai, i compagni con cui avevo iniziato questo lungo e solitario compito.
– Vite? – mi schernì lo sconosciuto. – Non c'è niente di vivo in un programma di computer. Tutti quelli che hanno caricato in quelle macchine una copia della loro mente sono morti secoli fa. Dimmi, spareresti davvero alla vita che hai di fronte per proteggere chi ormai non c'è più?
Nel dirlo, lo sconosciuto mi arrivò di fronte. Di scatto afferrò con le mani la canna della pistola. Riuscì a deviare la traiettoria dal suo corpo prima di sibilare: – Il mondo lassù sta morendo, lo sai questo? Sta morendo anche per colpa di queste schifose macchine che girano a vuoto da troppo tempo.
Lottai per il controllo della pistola, e nella colluttazione che ne seguì tra strattoni e colpi contro il mio corpo già martoriato, non mi resi conto di dov'era puntata quando infine riuscii a far fuoco.
Lo sconosciuto si afflosciò tra le mie braccia. Lo lasciai cadere a terra, dove prese a rantolare.
– Mi dispiace – dissi, ed ero sincera. – Ma sono responsabile di milioni di vite...
– Anch'io – mormorò lui, nel frugarsi fiaccamente nelle tasche. – Per questo... avevo... un piano di riserva.
L'uomo trasse di tasca un piccolo aggeggio con un pulsante rosso. Quando mi resi conto di che cosa intendeva fare, era già troppo tardi.
L'esplosione mi accecò e assordò e io caddi a terra. Il sistema antincendio si mise subito in funzione, spruzzando i suoi vapori candidi contro le fiamme, ma ormai era troppo tardi. Non avevo bisogno di tornare alla sala dei monitor e di trovarli inattivi per capire. I server erano a pezzi. Milioni di vite perdute per sempre. Il mio universo si era spento e io, un Guardiano ormai privo di scopo, ero l'unica superstite alla morte del mio mondo.
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