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Foto di Anna Shvets da Pexels
Stefania pensò di aver chiuso gli occhi un solo istante, e invece, quando li riaprì, la foresta non c'era più. Davanti a lei c'era solo un coniglio dal pelo bianco percorso da macchie grigie come soffici nuvole, e attorno a lei, nulla. Stefania provò a cercare una traccia di suolo allungando i piedi e le mani, ma niente, non poggiava da nessuna parte. La sensazione era quella di galleggiare in aria senza peso.
Il coniglio portava un paio di occhialetti tondi sul muso. Davanti alla bestiola, che vi posava il muso come se lo stesse leggendo, un libro aperto incuriosì Stefania.
Era più forte di lei: se vedeva un libro, Stefania doveva per forza capire, se non altro, che tipo di libro era. Leggerlo almeno quel tanto che bastava per scoprire se era un testo scolastico, un manuale pratico, una raccolta di poesie, un romanzo e in quel caso, di che genere.
Però per quanto si sforzasse, nonostante tutta la pratica fatta nel leggere un libro alla rovescia, quel particolare testo si ostinava a eludere le sue indagini. Come tanti piccoli insetti, davanti ai suoi occhi le lettere brulicavano tra le pagine, giravano in tondo e formavano sempre nuove parole, che a volte non erano nemmeno parole nella sua lingua, o parole di senso compiuto in qualsivoglia linguaggio.
– Allora, che abbiamo qui... – disse una voce, e da principio Stefania non capì che qualcuno aveva parlato, tanto le sue orecchie erano rintronate dal tintinnio di una miriade di campane a vento invisibili.
Non finché la voce non si fece più chiara tra i tintinnii metallici. – Una bambina. Un'ingenua sognatrice persa in un mondo di assurdità senza senso. Che protagonista scialba! Che storia già letta!
Stefania corrugò la fronte. Stava mica parlando di lei la voce? No, di sicuro no. Primo, perché non era più una bambina, e secondo, perché lei era una persona vera, non la protagonista di una storia. Chiunque fosse, la voce stava di sicuro criticando il libro illeggibile, non lei. Già... ma chi era?
– Chi ha parlato? – provò a chiedere Stefania. A quel punto, il coniglio alzò il muso.
– Be', ci siamo solo io e te qui. Quindi, se non sei stata tu... vediamo un po' se indovini chi è stato.
Il coniglio? pensò Stefania. Fece spallucce. Se un gatto e un uccellino possono parlare, perché un coniglio no?
Cominciava ad abituarsi agli animali parlanti e, allo stesso tempo, cominciava a esserne stufa.
– Non fare quella faccia, signorina – proseguì il coniglio, in torno burbero. – Io non smetterò di dire quello che voglio solo perché non fa piacere a te.
È pure scorbutico, considerò Stefania tra sé. Agitò le mani nel vuoto in cui era immersa senza peso nel tentativo di avvicinarsi alla bestiola; ma sbagliò i suoi calcoli e si ribaltò faccia in avanti, finendo con gli occhi a pochi centimetri dalla bestiola.
– E togliti da davanti, che non riesco a leggere! – brontolò il coniglio. Stefania sospirò e si diede una spintarella leggera contro il libro per discostarsi di poco. Il libro e il coniglio erano le sole cose solide in tutto quel vuoto chiarissimo, perciò Stefania ci teneva a non allontanarsi troppo, sia mai che avesse all'improvviso bisogno di aggrapparsi a qualcosa.
– Così va meglio – disse il coniglio. – Io sono Mister O. Quanto a te, tu sei...
– Stefania, lo so, c'è scritto sulla mia maglietta – lo precedette Stefania.
– Veramente, no – la contraddisse il coniglio, e guardando giù verso la propria pancia Stefania scoprì che era vero. Il suo nome era sparito dalla maglia, proprio come l'immagine che aveva accompagnato quella scritta, il cui soggetto Stefania proprio non riusciva a ricordare. Di questo passo, pensò Stefania, finirò col dimenticare anche il mio nome se non lo porto addosso.
– ...però è scritto nel libro. Tutto quanto è scritto nel libro – rivelò il coniglio. Poi, in tono suadente, propose: – Vuoi che scorra le pagine in avanti e ti legga come finisce la tua storia?
Stefania scrutò il coniglio. Sembrava una trappola, un tentativo di indurla a imbrogliare a cui una brava ragazza avrebbe dovuto rispondere di no. Va bene, non proprio il finale, considerò la voce dentro di lei. Ma almeno fatti leggere come si esce da questo pasticcio in cui sei finita!
Prima che Stefania potesse cedere a quella lusinga, le miriadi di tintinnii di campane a vento ultraterrene si concretizzarono in una voce: – Eccoti qui, Mistero! Mi chiedevo dove fossi finito!
Stefania si ritrovò seduta su una nuvola, a fissare il coniglio che adesso stava in braccio a un ragazzo. La bestiola non parlava più, né dava l'impressione di poterlo fare. In effetti, il suo atteggiamento ora era totalmente conigliesco.
Il ragazzo, d'altra parte, sembrava avere qualcosa di familiare. Di sicuro non era il fratello di Stefania, troppo gentile, né poteva essere uno dei suoi amici.
– Non ci siamo già visti da qualche parte? – chiese Stefania.
Il ragazzo ribatté: – Impossibile. Io non sono mai stato da qualche parte.
Prima che potesse chiedergli altro, Stefania aprì gli occhi e si ritrovò nel fitto di una foresta, a fissare un gatto.
– Era ora – miagolò la bestiola, con lo stesso tono impudente che Stefania ricordava. – C'è così tanto da fare e tu te ne stai lì a sonnecchiare come un gatto? Alzati, su!
Stefania si alzò lentamente, ancora mezzo intontita dal sonno. Le era tornato in mente dove aveva già visto il ragazzo, e anche il suo coniglio di nome Mistero. Erano stati suoi vicini di casa, un tempo, quando lei era più piccola, ed erano due vicini che Stefania non pensava avrebbe rivisto mai più.
Non aveva mai immaginato di poter sognare il paradiso.
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