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Quando passavano in mezzo alla folla indaffarata a vagare tra i negozi delle vie del centro, la gente li schivava. Più di qualcuno li guardava storto e commentava tra sé sottovoce, o rivolto alla famiglia o agli amici, senza lesinare sugli epiteti spregiativi. Erano un gruppetto eterogeneo, accomunati da un'insana passione per il macabro, per gli abiti di pelle nera, per gli eccessi. Sembrava che dare scandalo li divertisse, poiché le minigonne e i top delle ragazze lasciavano fin troppa carne scoperta, e i maschi del gruppo si truccavano gli occhi con l'eyeliner nero, e tutti mostravano fin troppi piercing e tatuaggi e monili con teschi e spuntoni aguzzi.
Erano bizzarri e, in definitiva, gente da evitare. Tizi da cui tenere i bambini alla larga, perché i piccoli che passeggiavano con i genitori, se avessero distolto gli occhi dalla vetrina del negozio di giocattoli o di dolciumi per sbirciare la processione in nero, si sarebbero spaventati fino alle lacrime e avrebbero avuto gli incubi di notte.
Persone pericolose, che a incontrarle da soli nell'oscurità di un vicolo, chissà che potevano farti.
Questo pensava di loro la folla vociante di gente per bene uscita a far acquisti. Tutti loro preferivano di gran lunga non incontrarli, preferivano quando costoro se ne stavano rintanati nelle stradine secondarie in cui erano soliti bazzicare, strade poco illuminate, strade tranquille, lontano dalla frenesia commerciale del centro città. E, se proprio dovevano uscire dalle loro tane, era meglio che fossero in pochi, un numero non inquietante prossimo il più possibile allo zero.
Quello che le famiglie perfette e le coppiette felici ignoravano, era che l'apparenza spesso inganna.
Prendete Sergio, un ragazzo di buona famiglia, ricco, incensurato, di bell'aspetto, che si veste in modo impeccabile e si comporta altrettanto bene. Una persona, in definitiva, che non avrebbe mai potuto spaventare un bambino, qualcuno a cui i padri avrebbero affidato volentieri la figlia per un appuntamento. Il mio accompagnatore per la serata.
Eppure eccolo lì, una volta usciti dal ristorante di lusso dopo una lunghissima e tediosa cena nel corso della quale mi aveva riempito più volte il bicchiere di vino costoso, che tenendomi sottobraccio mi conduceva lontano dalla via affollata, nei vicoli oscuri, dietro il palcoscenico della città. Lì dove nessuno avrebbe potuto vederci, il buon Sergio mi stringe contro un muro sudicio e mi infila le mani sotto alla camicetta. Io non sono così ubriaca come voglio fargli credere, anzi, non lo sono per nulla. Ma lascio che mi palpeggi e che venga più vicino. È l'odore della sua pelle che bramo, la sua bocca che sa di vino. Tuttavia fingo resistenza, mi agito, mugolo il mio dissenso, cerco di dargli l'impressione di non gradire le sue avance.
Gli offro, in pratica, lo spettacolo che lui si aspetta di vedere. Solo che stavolta sono fin troppo convincente, e concentrata come sono su di lui non mi rendo conto che non siamo soli.
Prima che possa fare la mia mossa, una mano maschile ma dalle unghie laccate di nero lo tira indietro, e una voce lo apostrofa: – Toglile le mani di dosso, lasciala in pace!
– Fatti gli affari tuoi! – protesta Sergio, ma il tizio che lo ha agguantato non lo molla. È uno di quei pericolosissimi giovanotti dark dagli scandalosi capelli lunghi, occhi truccati e pantaloni in pelle nera pieni di cinghie, e una giacca sbrindellata e aperta sul petto senza niente sotto. Intravedo un piercing sul capezzolo, un ornamento che avrebbe fatto storcere il naso e trattenere il fiato per il ribrezzo alle signore per bene.
Sergio tenta di scrollarselo di dosso e tornare a prestarmi le sue viscide attenzioni, ma brillo com'è, ha la peggio contro il mio buon samaritano, che con un'abile mossa di karate o qualcosa di simile gli piega il braccio dietro la schiena e lo spinge via.
– Vattene e non farti più rivedere da queste parti, o ti faccio nero – è la frase che accompagna la sua ritirata, perché ormai ha capito che il gioco non vale la candela.
– Tientela, la sgualdrina – è la vendetta che Sergio biascica a distanza di sicurezza. – Fa tanto la preziosa, ma la verità è che ci stava alla grande.
E poi via, a ricercare la protezione della folla dei suoi pari, lasciandomi nelle mani di uno sconosciuto che, a detta della gente per bene, era tra i due il più pericoloso. Il mio buon samaritano.
Sì, l'apparenza inganna. Io lo so più di chiunque altro.
– Tutto bene, signorina? – mi chiede lo sconosciuto in nero. – Vuole che la riaccompagni a casa?
Che premuroso. Chissà, mi dico, forse può davvero aiutarmi. Anche se tra poco vorrà non averlo fatto.
Lui non si avvicina, perciò gli vado incontro io, incespico nei tacchi e gli finisco addosso. Come previsto, alza le braccia a sorreggermi, esclamando: – Oh! Attenzione.
– Sto bene – mormoro, il volto nascosto contro il suo collo. – Ma c'è un problema... – gli sussurro contro la gola. – Ho tanta fame, e tu hai appena fatto scappare la mia cena.
Di me, la gente pensa che non sia pericolosa. Una ragazza carina, a modo, normale. Si sbagliano.
Io sono il lupo travestito da agnello.
Ma il mio buon samaritano ancora non lo ha capito.
Gli tappo la bocca con una mano per impedirgli di urlare, poi affondo le mie zanne nella gola.







